Day 12, Komodo National Park


La seconda alba sul ponte è più violenta, arancione e azzurra, e sui nostri sacchi a pelo c'è un velo di umidità. Ho imparato come si sveglia Vale, che mi fa un sorriso e dice «Buongiorno signorina», Livia che non dice niente e si stropiccia gli occhi, e Riccardo, che dice solamente una lunga serie di «No, no, no», e se gli metto in mano un bicchiere pieno di caffè se ne accorge quando ormai è freddo.
Nel momento in cui la luce cambia colore e diventa uniforme, bisogna sbrigarsi a uscire dal sacco a pelo e togliersi felpe e piumini, perché in un attimo il sole diventerà molto caldo.

La sera prima credo di aver toccato il fondo, in quanto ad outfit da cassonetto della differenziata, con un paio di pantaloncini a fiori, le ciabatte borchiate e il piumino nero indossati contemporaneamente.
Simone si è messo a sistemare barbe e capelli a tutti con la torcia frontale. Mi ha detto che mi ci vedrebbe bene con un sidecut. «Te lo faccio. Domani mattina ti svegli e ti ritrovi con mezza testa rasata», ha detto.

Non esiste più privacy né ritegno, né playlist individuali. Si sente sempre qualcuno parlare o ridere. Ci si lava i denti in gruppo. I cellulari sono pieni di ditate di protezione +50. Il mio è praticamente caduto in un piatto di nasi goreng. «Siete delle bestie!», ho detto. «Adesso l'hai capito?», ha risposto Andrea. Per fare il giro della barca posso impiegarci anche venti minuti, perché ogni due passi mi trovo davanti qualcuno che mi chiede qualcosa, o dov'è qualcun altro, a che ora si mangia, o «Mi aiuti a strizzare l'asciugamano?» «Riccà, ma proprio adesso?» «Sì, proprio adesso».

E a un certo punto, mentre risalgo dalla cabina, sento Martina gridare: «I delfini, i delfini! Subito, venite, i delfini!», ed è fighissimo vederli sfrecciare a prua, e anche i marinai indonesiani che passano più tempo in mare che a terra fischiano e fanno baccano con noi.

Siamo disordinati e debosciati. Quando abbiamo fatto un'immersione al Manta Point, tornando stavo sbagliando barca. Solo tirando la testa fuori dall'acqua mi sono accorta che lo scafo verso cui nuotavo era quello di una barca dipinta di verde, tutta precisa, con le bandierine. La nostra era a fianco, azzurra, piena di panni stesi svolazzanti, tipo Quartieri Spagnoli.

A farsi spalmare la crema sulla schiena, per qualche motivo, vengono tutti da me. Andrea, che «Scusa, Silvia, ti chiedo la cortesia anche oggi», Simone che mi passa il tubo di crema e si indica le spalle e dice «Zia», Matteo che ha una protezione che sembra cemento e l'unica volta che me l'ha passata sulle spalle ho pensato che mi si sarebbero scollati via pezzi di carne, Riccardo che è nero come il carbone ma si mette comunque la mia 30, ma quando la mette a me riesce a sciogliermi la zona cervicale. Una volta mi ha massaggiato perfino le borse sotto gli occhi, e in quel momento ho pensato che poteva essere petulante quanto voleva.

A fine giornata, ci hanno portati in un atollo minuscolo. Abbiamo sbarcato una cassa di Bintang con la lancia sbilenca che imbarca acqua e ce le siamo bevute a bagno. Lì ho pensato che proprio non c'era bisogno che mi impegnassi a sorridere nelle foto, perché lo stavo già facendo.
Il tramonto era di un viola irreale. Come un po' anche tutte le altre cose.

Silvia Cannas Simontacchi

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