Day 3, Ubud


Mi sveglio pensando a quanto odio i bambini e i galli, in quanto rappresentanti di un'intera categoria di scellerati esseri viventi in grado di urlare alle sei del mattino.
Penso che nemmeno le scimmie lo facciano.
Il secondo pensiero è per i pancake sottili e unti di una sostanza imprecisata dal leggero sapore di limone che mi aspettano.

«Il mio sarong puzza di cane bagnato»
«Cane bagnato?»
«Eh. A Roma non si dice?»

Dopo che sulle scalinate del primo tempio mi è quasi apparso Ganesh, mi sciolgo un polase in una bottiglietta d'acqua. Che le divinità di Bali è meglio lasciarle tranquille, visto come stiamo tutti facendo i cretini con questi sarong. E sento un odore che non mi piace e non capisco se sono io, e comunque non è giusto, il tuo è più carino.

C'è un'umidità incredibile, e infatti è tutto verdissimo, e io per il secondo giorno di fila ho sbagliato a vestirmi e non capisco se fa freddo o se fa caldo.
Per il giorno dopo è prevista una partenza alle quattro, ma rimaniamo lo stesso a gironzolare per le stradine. Tutti i locali vogliono fare selfie con noi, resistere è inutile.

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