Starboy


Avevo detto di avere un sacco di cose da fare ma che non avrei fatto assolutamente niente in questi quattro giorni. E sono stata di parola.
Sono andata al cimitero perché avevo il venerdì pomeriggio libero e c'era il sole, e le foglie gialle dei tigli cadevano ogni secondo come in una gif animata. Portavo una maglietta dei Black Sabbath e la gente mi guardava un po' male, non è stato così facile fare qualche foto. Il giardiniere si atteggiava a fatalista più del solito: «Ogni giorno che ti svegli, è un suono di campana», diceva al ragazzino albanese che rastrellava via le foglie.
Sono riuscita anche a entrare in una cripta degli anni Venti, la porta era aperta.

Domenica mattina i Navigli erano incappucciati di nebbia. Mi gelavano le mani mentre cercavo tra pellicce leopardate un po' logore, bomber con i buchi nella fodera arancione e Barbour da lavare e incerare. Mio papà intanto contrattava il prezzo di una sciabola birmana.

Sono uscita di sera con la bruma sul parabrezza e una giazcca di pelle troppo leggera. Ho fatto binge watching di Black Mirror fino ad avere troppo sonno o non poterne più di quello che stavo guardando. Dopo, l'ufficio vuoto alle 17 del 31 ottobre sembrava un po' sinistro.

Mi sono messa un rossetto nero e sono uscita verstita quasi di niente. Stavo appoggiata a un muro a parlare con una ragazza alta vestita da strega e un buttafuori con una maschera da clown e una mazza da baseball, e ho pensato che doveva essere una bella foto.

Ho ripensato alle fiabe horror che mi raccontava mia nonna, e a quella volta che a otto anni sono svenuta in visita in un ospedale. Quando avevo riaperto gli occhi, avevo detto una cosa, e poi mia nonna mi aveva presa da parte e mi aveva detto di non chiamare mai gli spiriti perché arriverebbero.

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