Day 1, Milano - Entebbe


Non ho dormito. Ma non perché fossi in ansia o pensassi a cosa potevo non aver messo nello zaino (vicinissimo all'implosione). Perché ero felice.

Abbiamo fatto colazione al bar, e poi in aeoporto. L'ultimo espresso e l'ultima brioche.
Un kebab e un caffè turco nelle sei ore di scalo nell'incasinatissimo aeroporto di Istanbul, con i tavoli appiccicosi e le fiumane di personaggi strani che passavano.
In aereo ho guardato Star Wars.

Benvenuti in Uganda, all'aeroporto di Entebbe ho scambiato le impronte di tutte e dieci le dita e una foto in cui guardavo la webcam con l'espressione vagamente stupita con un timbro sul passaporto.
Fuori l'aria non è calda né fredda, e ci aspettano due van Toyota 4x4, su cui in qualche modo abbiamo caricato le valige e poi noi.

Il nostro autista aveva un sorriso a mezzaluna spaccato a metà da un diastema notevole, e la testa rotonda e rasata. Fuori dai finestrini non si vedeva niente, ogni tanto si intuiva il profilo di una persona a piedi e le luci delle case. Non so dire se dopo un anno o dopo un'ora, siamo arrivati a Kampala, la capitale. L'albergo era un casermone di scale con i gradini irregolari e corridoi claustrofobici con le lampadine nude.

Sono le quattro e mezza del mattino, e l'idea di stendere sul letto il sacco lenzuolo non mi sfiora nemmeno.
Mi cambio i panaloni della tuta con un paio di leggings, preparo lo zainetto con il Jungle e la crema solare e scendo a fare colazione. Ci sono patate arrosto e salsicce.
Alle sei, partiamo per il rafting sul Nilo, con una sensazione come di ubriachezza.                                                                                                                                                                                      

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