Youth


 «Ci ha messo ottant'anni per dire una cosa romantica e l'ha detta all'emissario della Regina?»

Con me, Sorrentino funziona sempre. Titoli di testa, campo lunghissimo, magari un notturno o un diurno luminosissimo, e già non mi arriva più abbastanza ossigeno al cervello e non capisco più niente. Così, fino ai titoli di coda. Di solito piango un pochino, o comunque ho un groppo in gola pazzesco. Poi mi passa e penso che è stato bellissimo.
A Youth ho perdonato un paio di movimenti goffi e due particolari un po' manieristi.
Perché i notturni, cazzo, i notturni. I corridoi lunghi, la carta da parati, le luci gialle, il campo da calcio, gli sceneggiatori addormentati, l'albergo svizzero all'alba, gli interni rarefatti e bianchissimi, Jane Fonda che si guarda i denti nel riflesso di un coltello, Piazza San Marco con l'acqua alta, nera, come uno specchio.
È come se fosse un film di ricordi brucianti, uno dopo l'altro, così belli da brillare per incandescenza e rovinare gli occhi, che quando abbassi le palpebre li hai impressi nella retina.
Bisogna lasciarli un po' andare ma, nel frattempo, wow.

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