Run with wolves


L'estate è morta.
Lo si capisce dall'aria fredda del mattino e della sera. I colori sono cambiati, e quando vado a correre al parco si sente già odore di foglie. Verso le sette la gente ci va a vedere gli scoiattoli, ma io continuo a correre. Ne ho già visti tanti e molto più da vicino in America, mi mangiavano dalle mani.
Non potendo più (di nuovo) contare su uno stipendio fisso, sto investendo sul fisico. Mi sto allenando a correre in salita per quando tornerò a San Francisco. Perché ci tornerò.
Cerco di togliermi di dosso la zavorra («Ma guarda che non sei mica grassa. Stai bene») di mesi seduta in ufficio. All'inizio le gambe sembrano di piombo, ma io non ci faccio caso.
Quando vado a correre, ho le guance rosa per tutto il giorno.
(Ho appena finito di leggere Le vergini suicide, ma ho bisogno di dormirci su prima di parlarne)
La sera guardo la foschia nell'aria, le punte delle mie Vans Authentic bianche e sporche, mi stringo nel mio giacchino di pelle di seconda mano, con la fodera logora.
Penso allo Yosemite, ai calcoli delle probabilità di incendio dei Rangers e a quell'odore di legno asciutto che ricordava la cannella e le mandorle amare.

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