Verona


Ho cominciato a scrivere sul treno che da Milano mi portava a Verona, tagliando chilometri di campi coltivati. Poi, più o meno all'altezza di Peschiera del Garda, il 3G mi ha abbandonata e ho perso tutto.


Avevo scritto qualcosa a proposito di questo periodo dell'anno, in cui in casa fa più freddo che fuori, e sul fatto che mi sento nata senza pelle e tutto mi arriva addosso senza alcuna mediazione, quindi la soluzione più plausibile è fare un altro tatuaggio. O qualcosa del genere. Niente di troppo importante, comunque.


A Verona ci ero già stata in prima o seconda media, in gita scolastica. Non me la ricordavo per niente. Sul treno avrei voluto proseguire fino a Venezia, e il primo impatto non è stato il massimo. Gente che mi spintonava mentre mangiavo un gelato sintetico pagato troppo caro, lo zaino che mi pesava, il caldo inaspettato, gente che mi spintonava per fotografare il balcone di Giulietta.


È la cosa meno fotogenica di tutte, il balcone di Giulietta. Anche se ha dato luogo a una riflessione filologica sul termine "verone".




C'è Piazza delle Erbe che attira tutto e tutti come un campo magnetico, con i tavolini all'aperto e la gioventù veronese sempre in tiro, come tante fashion blogger. Ci sono negozi carissimi, di cui però non si può fare a meno di guardare le vetrine, e cani con collari di brillanti. È una città elegante.







La cosa che preferisco, però, sono le terrazze e i balconi pieni di vasi. Oltre ovviamente alle cantinette con le bottiglie di vino impolverate.



C'è molto verde. Oltre ai pioppi, che mi causavano delle magnifiche serie di starnuti, ci sono anche molti cipressi. Che più che i cimiteri, a me ricordano l'impero romano.




Quello che sapevo di Verona non è molto più di quello che potrebbe saperne la turista inglese per cui vengo sempre scambiata. Mi ricordavo che ci scorre l'Adige e che era la base di Teodorico per una poesia scritta da non so nemmeno più chi, che avevo studiato alle elementari. Che strani, a volte, i ricordi.





È stato appena ho aperto gli occhi l'ultimo giorno, dalla gola in fiamme, dalla rigidezza ingiustificata delle schiena e dall'aria troppo fredda della stanza, che ho capito che sicuramente avevo la febbre, ed era ora di tornare a casa.

0 commenti:

Post a Comment