Eyes like marbles



















Sono appena tornata da Venezia, ma ci ritornerò presto. La mia ancora tatuata riposa sotto un maglione a disegni geometrici.

Venezia mi fa l'effetto di una sbronza. Mi viene voglia di fare la patente nautica e di trasferirmi lì. O di fare la fiorista come in Pane e Tulipani. Non mi pettino più, perché tanto devo prendere il vaporetto e che importa?
Mi piaceva andare in vaporetto verso le sette di sera, fuck yeah, vento tra i capelli, e domani avrò sicuramente il mal di gola, ma che importa? Al capolinea, i marittimi scazzatissimi sbraitavano: «Forza, Lido, capolinea, andiamo, Lido, a casa». Alle sette, il cielo e la laguna erano malva.
In Piazza San Marco ci divertivamo a impallare le foto scattate con l'iPad dei turisti giapponesi, a pranzo mangiavamo seduti sugli scalini dei canali interni, con gli schizzi dei motoscafi che ci arrivavano sui piedi. Compravamo bottiglie d'acqua frizzante alla Coop.
Ai Giardini era già autunno, e all'Arsenale erano gli anni Settanta, davanti alla sede di Rifondazione Comunista con i muri esterni dipinti di rosso scrostato e quelli interni ricoperti di foto di Che Guevara. C'era anche un poster dell'Inter appeso a un chiodo.
Alla Biennale facevamo battute stupide sulle installazioni e ridevamo senza ritegno, e bevevamo spritz nel cortile. Siamo riusciti a cenare fuori, spaghetti alle vongole sotto i rampicanti e le luci al neon, mentre al tavolo a fianco parlavano di Berlusconi e della caduta del Governo Letta.
Questa volta non mi sono preoccupata di portare guide o carte, perché tanto a Venezia ci si perde comunque. Anche i veneziani ci si perdono, come ieri sera, quando ci hanno fermati dei ragazzini per chiederci indicazioni, e io gliele ho date, ma ho specificato che sono di Milano. Le fondamenta di Venezia non esistono, è costruita sul guscio di una tartaruga gigante che ogni tanto gira, dev'essere per forza così.
Abbiamo bevuto con la gioventù veneziana che fa serata in barca a remi e siamo tornati con le palpebre pesanti sul vaporetto notturno, e la nostra camera in affitto odorava ancora di umido e di bagnoschiuma.

«A che pensi?»
«Stavo visualizzando la scena dall'esterno. Noi con un bicchiere di prosecco in mano, seduti sul pontile e davanti il Canal Grande. Che bello. Amo fottutamente questa città.»
«Sai che stavo pensando la stessa cosa anch'io? Qualcuno dovrebbe farci una foto»

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