ZAGABRIA, day 1


Alle cinque del mattino a Budapest è ancora buio, e dentro l'urna di bronzo all'inizio della via c'è quella lucina rossa e inquietante.
Ci siamo solo noi, carichi come somari, e qualche barbone addormentato.
Mentre camminiamo appare qualche operaio, poi i primi impiegati.
La macchinetta automatica per i biglietti della metropolitana non prende le banconote e dobbiamo farci cambiare i soldi da qualche passante.
Sul treno, litighiamo subito con le due coreane del nostro scompartimento.
Secondo loro, abbiamo troppo bagaglio. Da lì in poi, cerchiamo in ogni modo di renderci importuni.
Sette ore di viaggio, di cui una fermi in dogana.
Passa il controllore, passano i doganieri ungheresi, passano i doganieri croati, passa la polizia croata.
I nostri biglietti interrail vengono timbrati e scarabocchiati.
Sulla foto della carta d'identità ho ancora i capelli lunghi.
Arriviamo a Zagabria per l'una, l'asfalto scotta, la nostra affittacamere parla poco inglese.
Zagabria è verde e azzurra.
A Zagabria, quando gioca la Dinamo Zagabria, tutti i locali hanno almeno una tv accesa con la partita. Tutti tutti.
La Dinamo Zagabria vince quattro a zero.

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