Barcelona, dia 5: Adios


L'ultimo giorno il cielo sembra smaltato come gli azulejos.
Raccogliamo le nostre cose e chiudiamo la porta della nostra brutta stanza. Lasciamo le chiavi in portineria per l'ultima volta. La mamma ci mette le valige nel sottoscala.


Andiamo a fare colazione al solito posto, un bar bianco e verde due civici più in là. È spoglio ma pulito, con gli sgabelli e i tavolini di formica: il nostro preferito è quello davanti alla vetrina.
Il caffè è buono, i muffin sono artigianali. Probabilmente li fa il ragazzo con gli occhiali che sta al bancone, fa cassa, prepara i caffè e lava i piatti e le tazze. A mano, perché la lavastoviglie non c'è.


Le Ramblas sono sopravvalutate. È infinitamente meglio il Barri Gòtico.
Lo sapevate che nel chiostro della Cattedrale ci vivono delle anatre?


In giro si sta benissimo.


Al mercato c'è così tanta gente che si fa fatica a camminare.
Facciamo un aperitivo con jamòn ibèrico tagliato a cubetti al momento e un vino tinto pastosissimo, che mi  lascia le labbra viola, le gambe molli e una risata troppo sfacciata.


Il mercato è coloratissimo e io, per una volta, mi dimentico delle bande di borseggiatori.
Ce ne andiamo in giro senza avere un posto preciso in cui arrivare.


Alla fine, torniamo all'ostello a prendere le valigie.
Passiamo per l'ultima volta davanti al bugigattolo di Wok to Walk del civico di fianco, in cui un cinese di età imprecisata frigge cose a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ogni volta che passiamo, lui è lì che frigge, che siano le dieci del mattino o le due di notte.
Quando lo salutiamo, il nonno sembra triste.


Ci aspettano le lande desolate ricoperte di marmo scuro e il pessimo caffè dell'aeroporto.
Barcellona non è una città semplice. Ma è bella, la Stronza.

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