StraMilano: VID (Very Important Decontracted)


Alla fine, ci sono andata. Ci sono andata veramente!

Suona la sveglia, apro gli occhi e mi chiedo perché. Ma poi mi alzo lo stesso.
In metropolitana ci sono solo persone in calzoncini e scarpe da corsa, alcuni con già il pettorale addosso.
È un orario che la domenica mattina non si affronta. In più, hanno rimesso l'ora legale.
Penso distrattamente che le scarpe da corsa siano di una bruttezza imbarazzante. Intanto, continuo a chiederemi perché.
Noi, siamo in sette: Giulia assonnata e i suoi amici Ben e Lucilla, gli unici che sanno veramente quello che stanno facendo, l'Ingegnere e la sua tosse possente, io con i miei multistrati di vestiti uno sopra l'altro, Sara arruffata, Alan che ci sta già aspettando in Duomo, incazzato nero.
L'idea di correre per dieci chilometri è un po' la morte. Ancora prima di partire, abbiamo dieci minuti secchi di ritardo rispetto alla testa del gruppo, davanti alla linea della partenza.

«Da qualche parte me lo daranno un caffè?»
«Sì. Al punto ristoro del chilometro otto. Prima devi correre fino a là»

Ci prepariamo. Tolgo un paio di strati di vestiti,metto il pettorale e verso nel mezzo litro d'acqua una pozione per evitare i crampi. L'acqua si fa torbida. La metto via.

«Ehi, ma tu ti dopi!»

Dice Ben, puntando il dito verso le cuffione bianche e rosa che mi pendono dal collo.

«Che cosa ascolti quando corri?»
«Non lo vuoi sapere veramente»

Al colpo di cannone si inizia a correre, sopravvive il più forte. Tutti cercano di uscire dall'imbuto di San Babila facendosi largo con spintoni e gomiti alti. Sembra la migrazione degli gnu. Qualcuno svicola sotto i portici e sotto i ponteggi, le sirene degli allarmi iniziano a suonare.
Ben e Lucilla, forti di anni di allenamenti di atletica, partono e non li vediamo più. Quarantotto minuti dopo sono già all'arrivo all'Arena.
Alan e l'Ingegnere, agonismo a mille, cercano di tenere il passo e non vediamo più neanche loro. Ammetteranno poi, riluttanti, di non essere riusciti a tenerlo, il passo.

Mi calco le cuffie in testa e parto con la falcata lunga, passo sotto i portici, tra i tavolini dei bar, con l'electro scandalosa a volume massimo. Mi concentro per non scontrarmi con nessuno, per non farmi rompere il naso da qualche gomito e per non perdere di vista Sara e Giulia.
Funziona per due chilometri, poi mi viene un crampo. Rallento. Giulia e Sara approvano. Prendo il mezzo litro di sbobba e ne bevo un sorso. Fa schifo.
L'umanità che ci circonda è uno spettacolo.

«Ok, le mutande a fiorellini di quella saranno anche belle, però se magari non ce le fa vedere...»
«Questo è ciò che succede quando prendi i leggings di una taglia troppo piccola»
Lei si gira verso di noi
«Vedi? In cuor suo, lo sa anche lei. Se avesse letto il mio blog, non sarebbe successo»

Alcuni ancora non lo sanno, ma si sono messi scarpe sbagliatissime.
Altri sono poco credibili ma ben equipaggiati: il giorno prima sono stati da Decathlon e si sono fatti vendere tutto.

Ci supera qualche decontratto solitario, che era in ritardo alla partenza e sta recuperando con classe la testa del gruppo. Ci supera un gruppo di decontratti bulgari e uno di spagnoli decontrattissimi, con la bandiera legata a mo' di mantello e le facce pittate. Ci supera un gruppo di decontratti italiani: uno cerca di convincere gli altri a mettersi in fila dietro di lui.
Ci supera un risciò. Ci superano dei pattinatori, e io sogghigno ogni volta che uno di loro cade.
Ci supera un decontratto con un passeggino da corsa imbizzarrito.

«Scusate, ragazze, dov'è Piazza 24 Maggio?»
«Non lo so. Ci so arrivare in macchina»
«Cosa gliene frega, a quello, di Piazza 24 Maggio mentre corre una gara podistica?»
«Magari ha un appuntamento importante»

Verso il quarto chilometro appaiono i primi cadaveri a lato della strada.
Superiamo individui palesemente scoppiati che cercano di darsi un tono con amici o fidanzate.
Superiamo un terzetto di scoppiati che meditano la pisciatina nel Naviglio.

«Aumentiamo?»

Aumentiamo. Rimetto le cuffie in testa, riprendo la falcata e perdo Giulia e Sara.

«Silvia? Rallenti?»

C'è il palco di Radio 101. Il dj ci incita.

«Non correte più? Che pippe, siete già scoppiati?»
«Fottiti»

Fermano un vecchietto classe 1925 per intervistarlo. Non so cosa ne sia stato di lui, se sia riuscito a ripartire. Se avete notizie, ditemelo, perché sono preoccupata.

Un ragazzo dice ai suoi amici che sta sudando rum.

«Io, invece, sudo fritto. Ieri sera ho mangiato un chilo di patatine e con il mio sudore se ne potrebbero friggere altrettante»
«Io sudo farmaci. Voi, che mi state inalando, inizierete presto a delirare»
«Noi stiamo già delirando»

Al punto ristoro di San Vittore un angelo con la pancetta e il pizzetto si prende cura di me.
Mi dà mezzo litro d'acqua per ciascuna. Nell'altra mano mi mette un bicchiere di Gatorade.

«Vai, corri!»

Siamo quasi arrivati, mancano gli ultimi due chilometri. Rimetto le cuffie.

«Silvia... piano»

Arriviamo all'Arena con i capelli che gocciano e il viso invecchiato di dieci anni, e  tutto quello che posso pensare è:

«Cazzo, sono arrivata all'Arena. Io, l'anno prossimo questa cosa la rifaccio»

Cazzo, sono arrivata veramente. Io, l'anno prossimo questa cosa la rifaccio.

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