Sotto il sole giaguaro

 "Ecco, ero insipido, pensai, e la cucina messicana con tutta la sua audacia e fantasia era necessaria perché Olivia potesse cibarsi di me con soddisfazione, i sapori più accesi erano il complemento, anzi il mezzo di comunicazione indispensabile come un altoparlante che amplifica i suoni perché Olivia potesse nutrirsi della mia sostanza. «Può darsi che io ti sembri insipido», protestai,«ma ci sono gamme di sapori più discrete e contenute di quelle dei peperoncini, ci sono aromi sottili che bisogna saper cogliere!». «L cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori». replicò Olivia, «ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è».[...] Discesi, risalii alla luce del sole-giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo. Sotto la pergola di paglia di un ristorante in riva a un fiume, dove Olivia m’aveva atteso, i nostri denti presero a  muoversi lentamente con pari ritmo e i nostri sguardi si fissarono l’uno nell’altro con un’intensità di serpenti. Serpenti immedesimati nello spasmo d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de fijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchiladas…".
(Italo Calvino, Sotto il sole giaguaro) 

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